.144.

Usciva la condensa, dalla bocca. Ogni sospiro, ogni pensiero era ben scandito da una nuvoletta impalpabile e incosistente.
Io respiravo a pieni polmoni, per accentuarne l’effetto.
Mi è sempre piaciuto il freddo.

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una strada

prima versione di un racconto, scritto qualche anno fa e mai corretto

 

Una strada

 

 

Una strada.

Bianca.

Non si sa da dove cominci. Non se ne vede la fine.

Bianca.

Campagna intorno. Campi incolti. Sembra che all’uomo non sia mai interessata quella zona. Come non esistesse. Non asfaltata.

Un’unica, lunga striscia bianca in mezzo ad un’enorme distesa di campi, campi troppo inutili per sprecare tempo, fatica e denaro per costruirci altre strade. Ne basta una, per andare da un capo all’altro, dritta, più veloce possibile tra gli estremi di quei campi.

Nessun punto di riferimento. Nessuna distrazione possibile.

Nè sui campi, nè sulla strada.

Bianca.

Molto silenzio, forse troppo per l’orecchio dell’uomo. Silenzio, come se non bastasse, attutito anche dalla polvere, imperante in quel luogo. Talmente integrata con tutta la zona da non far notare subito la sua presenza. Esce allo scoperto solo in caso di invasione da parte di estranei. Ed è per questo che non ne ignoriamo la presenza.

Una macchina.

Una macchina procede sulla strada. I vetri sporchi di polvere, come per identificarla da intrusa. Non sappiamo da quanto tempo viaggi. Di certo non da poco. Non si vede chi la guida.

Ma va dritta, sicura.

Il tempo, poi, non ci aiuta. La luminosità è scarsa. Non è proprio quella che si possa definire una bella giornata. Le nuvole bloccano il sole. Non si riesce neanche a definire il momento della gior­nata. Luce troppo scarsa e troppo piatta. Forse tra poco pioverà. Ma la polvere sulla strada è ancora secca, e segue il moto dell’auto con precisione.

Completa assenza di vento.

La vegetazione intorno sembra stanca, ricoperta come è completamente dalla polvere, che pare es­sere onnipresente, tanta, forse troppa per quei terreni, potenza incontrastata che sembra alzarsi con un moto di protesta verso ogni invasore, vento o uomo che sia. E così si alza dietro il passaggio dell’auto, come a dimostrare che non la teme, con l’ingenuità del gatto che rizza il pelo per sem­brare più voluminoso di fronte ad un avversario. E tutta quella vegetazione, suddita forzata, senza possibilità di ribellarsi al peso della polvere, lì, a capo chino, immobile, osserva in silenzio il pas­saggio dell’intrusa, disincantata.

Ma la macchina sembra non conoscere tutto questo. Continua ad andare, senza la minima indeci­sione, dritta. Costante.

L’autista sembra non impietosirsi guardando la sudditanza della vegetazione, sembra non ammirare il perfetto controllo della polvere.

Qualche lampo adesso in cielo. Comincia ad alzarsi il vento, e la polvere, pronta, senza paura, dà il via ad una danza avvolgente, costantemente presente in ogni alito che il vento sia in grado di creare.

L’autista questa volta osserva. Osserva tutto. Un modo come un altro per distrarsi, E’ come se av­vertisse, inconsapevolmente, una sorta di danza o di lotta tra la polvere e il vento. Ma non ne com­prende la lingua. I motivi, invece, si. Quelli si che sono simili a quelli umani.

Forse la prima distrazione dall’inizio del viaggio.

La prima, appena percettibile, imperfezione nella linea tracciata dall’auto.

Toglie una mano dal volante per lisciarsi i baffi, come per riportare tutta l’attenzione nella sua testa.

Brizzolati, quei baffi.

Già con qualche accenno di rughe, quella mano.

La visibilità adesso è ancora più scarsa, con la polvere che offusca il panorama. L’auto rallenta. E’ difficile proseguire. L’autista non conosce la strada, e resta nella speranza di incontrare una tra­versa, prima o poi, per cercare di sfuggire alla morsa della polvere. Prosegue ormai a passo d’uomo. I fari antinebbia non lo aiutano. L’autista comincia a guardare con più insistenza ai lati della strada, senza trovare sbocchi, traverse, vegetazione più rada, qualunque cosa potesse avere anche solo l’apparenza di una stradina. Niente. Sempre e solo vegetazione, entrata anch’essa adesso a far parte di quella danza, danza avente la polvere ed il vento come i due primi ballerini, danza sempre più intensa, sempre più avvolgente, sempre più integrata con una musica che l’autista non sente, ma non può non esserci. Non riesce ad ascoltarla, ma sa che c’è. Prova ad immaginarla, ma dopo poco si ar­rende. Niente di ciò che conosce si concorda con quella danza.

Forse ha appena passato una stradina. Non ne è sicuro, la ricerca della musica lo ha distratto. Ferma la macchina, mette la retromarcia, torna indietro. Tra la polvere intravede sulla destra un’interruzione tra la stanca vegetazione. Ma non è nient’altro che una semplice interruzione. Qual­che pianta mancante. Tutto qui. Niente che abbia a che fare con una strada. Nessuna possibilità di cambiare panorama. Con un misto di delusione e rassegnazione, reinserisce la prima e riprende il cammino.

La minaccia di pioggia si fa più insistente, adesso. I lampi sono aumentati. Seguiti, puntuali, dai tuoni. E qualche goccia comincia già a macchiare della sua presenza il parabrezza, zeppo di granelli di polvere. Non aspettava altro l’autista. Ci sarebbe finalmente stata una pausa tra due atti di quella lunghissima danza. Comincia a piovere, con insistenza, senza un passaggio graduale. In poco tempo la polvere si arrende, richiamando in ritirata tutti i granelli.

La pioggia cade, ma non infuria, e grazie ai tergicristalli l’autista può finalmente aumentare l’andatura.

Ci vuole un po’ di musica, adesso.

Prende la borsetta con i CD. La blocca tra le gambe per aprirne la cerniera. Come al solito sono in ordine sparso, senza una logica. Comincia a scorrere le foderine.

“Questo”.

Estrae il CD scelto, accende il lettore e lo inserisce.

SOLO

La chitarra di Egberto Gismonti comincia a riempire l’aria dell’auto. Appoggia la borsetta, ancora aperta, sul sedile passeggero. Poi aziona l’accendisigari. Prende un sigaro dal taschino interno della giacca, e lo stringe tra i denti. Quando l’accendisigari è pronto, lo avvicina ed accende il suo sigaro, gustandolo in compagnia della musica. La chitarra, insieme al moto ondulatorio dei tergicristalli, scandisce i suoi pensieri.

Ha bisogno di una pausa. E’ da parecchio tempo che guida. Da quanto?

Dà un’occhiata all’orologio che ha al polso. Vecchia abitudine, che non è riuscito a togliersi. L’orologio era fermo, da chissà quanti anni. Automatico, ma non funzionava. Decide di accostare la macchia e fermarsi. Riguarda l’orologio. Appoggia la testa al sedile, per essere più comodo. Era stato del padre, quell’orologio. Conosciuto pochissimo. Inizialmente funzionava, per qualche anno ha svolto adeguatamente la sua funzione, rispettando tutte le scadenze. Poi, lentamente, cominciò ad evaderne qualcuna. Scandiva il tempo con più lentezza, come per dare la possibilità al suo posses­sore di ricordarlo più facilmente, come per ricordargli che certi momenti non tornano, come per dargli un po’ di respiro, la calma necessaria per capire l’irripetibilità d ciò che stava vivendo. Ap­pelli rimasti inascoltati. Fino a fermarsi del tutto, conscio dell’inutilità della propria funzione. Ma l’abitudine di scrutarlo ogni tanto non gli era passata. Così come era successo un minuto fa, ogni tanto guardava quel polso, senza un motivo preciso. Forse nella speranza che tornasse a funzionare, ma la caparbietà di quell’orologio nella sua punizione era esemplare. Fermo sempre alle 5.20 di una domenica 20, di chissà quale anno, di chissà quale mese, ormai non lo ricordava più.

Non avrebbe senso ricordarlo.

Il tempo era passato, e nonostante tutti gli sforzi dell’orologio, lui se ne era reso conto troppo tardi. Che senso avrebbe ricordare il giorno di resa di chi si era impegnato a ravvederlo? Magari un vanto, in età adolescenziale, essere riusciti a far arrendere un educatore. Ma non era più un adolescente, quando l’orologio si fermò. Meglio non ricordare quel giorno. Lasciarne vaghe tracce, ma niente di certo.

Continua a dare boccate generose al suo sigaro, toccandosi ogni tanto il nodo della cravatta.

Bianca.

E lisciandosela.

Chiude gli occhi. Si accarezza i baff. Si riaggiusta la cravatta. Riapre gli occhi. Spegne il motore.

Il panorama va via via cancellandosi, trasformandosi in innumerevoli rigagnoli sui vetri, mentre la musica continua a produrre emozioni…

 

…una spiaggia.

Inverno.

Un leggero vento gelido faceva arrivare qualche granello di sabbia sui visi della coppia, gli unici punti dei corpi non protetti dal pesante abbigliamento.

Nessun altro.

Solo loro due.

Erano di fronte a risoluzioni pesanti forse pericolose, tanto da avere bisogno di un ampio spazio anonimo per venir fuori.

Lui provava ad accendere un sigaro, ma dopo inutili lotte col vento, abbandona l’idea.

Lei fissava il mare.

Calma tutt’intorno, perfetta espressione di tranquillità. Proprio quello che serviva.

“Perchè?” chiese lui, col sigaro spento stretto tra i denti.

“Non lo so” rispose lei, senza distogliere gli occhi dal mare, senza guardare l’uomo che le parlava alle spalle. Un lungo silenzio. Si sentiva solo il vento, ed il mare che lambiva il bagnasciuga, con qualche debole onda che riusciva a sfuggire alla spinta della tramontana.

Alla donna scappò una lacrima, ma riuscì a nasconderla bene. La lasciò scorrere, senza il minimo movimento, confidando nel vento che l’asciugasse.

L’uomo le si avvicinò.

Lentamente le appoggiò una mano su una spalla. Lei inizialmente non fece nulla, ma dopo un po’ scostò la spalla.

“Per favore” gli disse.

L’uomo non forzò.

Cominciò a guardare anche lui il mare, come accontentandosi di condividere almeno quello con la donna.

“Allora?” le chiese.

Domanda abbandonata al vento…

 

…Il primo pezzo del CD è finito.

Bisogna ripartire, adesso.

Il sigaro ormai morto in bocca, la musica finita. Non ha più senso aspettare oltre.

Toglie il CD e lo ripone nella borsetta.

Bisogna cambiare. Bisogna essere un po’ più allegri. Sfoglia le varie foderine, fino a fermarsi.

“Tocca a te, adesso”

Inserisce il CD nel lettore.

Dave Brubeck Quartet.

Time Out.

Aspetta un po’ prima di ripartire. Chiude gli occhi, si riaccarezza i baffi, si riaggiusta la cravatta. Tutto questo per dare il tempo alla musica di prendere confidenza con l’auto. Poi gira le chiavi.

Pronti i tergicristalli cancellano con un colpo quanto la pioggia aveva faticosamente prodotto. Resi­steva solo sui finestrini. Pallido tentativo di mistificazione.

Ma non funziona.

La desolazione balza nell’auto dal vetro anteriore.

Senza possibilità di svolte, riprende ad andare avanti.

Non conosce la direzione in cui stia andando.

Ma non ha importanza.

Inutile pensarci.

Meglio concentrarsi sulla musica.

E magari anche sulla pioggia instancabile.

Su nient’altro.